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INDICE
- PREMESSA - PAG. 4
- INTRODUZIONE - PAG. 7
- CAPITOLO I - ETIMOLOGIA DELLA PAROLA AGABBADORA PAG. 15
- CAPITOLO II - TESTIMONIANZE LETTERARIE PAG. 21
- CAPITOLO III - NEI SITI WEB PAG. 77
- CAPITOLO IV - GIORNALI RIVISTE PAG. 123
- CAPITOLO V - Il giogo – su juale PAG. 157
- CAPITOLO VI - TESTIMONIANZE ORALI PAG. 168
- CAPITOLO VII - IL MARTELLO E LA CHIESA PAG. 191
- CAPITOLO VIII - MISCELLANEA PAG. 200
- BIBLIOGRAFIA - PAG. 227
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L'autore Pier Giacomo Pala |
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Pier Giacomo Pala è nato a Luras (OT) il 18 novembre 1956. Cultore e appassionato di tradizioni popolari. E' proprietario e curatore del Museo Etnografico GALLURAS. Ha cominciato a raccogliere materiale etnografico all'età di dodici anni.
Nel 1981 acquista un palazzotto nella via centrale di Luras e inizia i lavori di restauro conservativo.
E' in questo edificio che nel 1996 apre il Museo GALLURAS, il museo della femina agabbadòra, dove sono esposti oltre 5.000 reperti.
Sempre nel 1981, da un amico di Luras, viene a conoscenza della pratica della femina agabbadòra e dal quel momento inizia la sua ricerca su quest'argomento.
Accabadora, l'ultimo colpo. Intervista al direttore del Museo Galluras. di Giorgio Pisano
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PREMESSA Ho aspettato tanto, forse troppo, qualcuno che mi aiutasse a trascrivere, ordinare e curare la raccolta del materiale che, negli anni, sono riuscito a reperire sulla femina agabbadòra. Mi sono rivolto a studiosi e scrittori ma, se l’idea non nasce da loro, tutto diventa più difficile: loro pensano e pretendono di avere anche ragione! Io, che con la grammatica e la sintassi non ho mai avuto un buon rapporto, spero che chi si accinge a leggere questa mia fatica, non sia tanto interessato al buon italiano nell’eccezione della forma quanto sia, invece, mosso dalla voglia di documentarsi sull’argomento. Tant’è che questo lavoro si limita alla descrizione del materiale che ho raccolto in questi anni di ricerche e di studio. Pertanto eccovi la narrazione di come sono venuto a conoscenza dell’esistenza della femina agabbadòra. Siamo nell’anno 1981, a Luras, nel cuore della Gallura, la sub-regione a nord-est della Sardegna. Con il caro amico tiu Ghjuanni Maria, signor Giovanni Maria, mi capita spesso di fare delle passeggiate in campagna. Durante una di queste mi dice che quando era bambino il nonno gli aveva parlato di una donna, delle campagne di Luras, che, utilizzando un martello di legno, aiutava gli agonizzanti a morire. Sul momento la notizia mi lascia indifferente ma, durante la notte, penso che dietro quell’informazione si possa nascondere qualcosa di molto affascinante e importante: il mio sollecitato interesse mi spinge a voler conoscere ulteriori particolari. La mattina successiva vado da tiu Ghjuanni Maria per chiedergli dettagli sulla notizia che mi aveva dato il giorno prima: delusione. Mi risponde che non ricorda altro, oltre quello che mi ha riferito poiché all’epoca era bambino; conferma quello che mi ha già detto aggiungendo che “lo ricorda benissimo, come se gli fosse stato riferito da pochi minuti”. Non mi scoraggio, anzi inizio da quel momento a fare delle indagini, intervistando gli anziani del mio paese; nessuno ha mai sentito parlare di quella pratica. Vado, allora, alla ricerca dello stazzo, dove aveva abitato la donna che, presumibilmente, aiutava a morire. Tutto sembra impossibile, nessuno sa fornirmi informazioni o indicazioni. Non mi do per vinto, persevero nel chiedere, comincio a documentarmi e…finalmente una bella notizia: le donne che aiutavano a morire, sas feminas agabbadòras, erano anche “sas mastras de paltu”, ossia le levatrici o ostetriche. Esistevano, quindi, donne che aiutavano a morire, le stesse che aiutavano a venire al mondo. Continuo ad intervistare gli anziani del mio paese, questa volta chiedendo loro chi erano “sas mastras de paltu”, che avevano conosciuto o delle quali avevano, almeno, sentito parlare. Mi fanno quattro o cinque nomi ma, soprattutto, inconsciamente, mi fanno coraggio con le loro informazioni. Vengo a sapere che una di loro aveva abitato in uno stazzo proprio nella zona della quale mi ha parlato tiu Ghjuanni Maria. Inizio a controllare ogni angolo, millimetro dopo millimetro, degli stazzi della zona alla ricerca del martello della femina agabbadòra. Capisco subito che la ricerca non è facile, nessun segnale mi aiuta. La mia attenzione si concentra sempre più sui documenti, sui testi e soprattutto sui libri dei viaggiatori dell’ottocento che hanno visitato la Sardegna. Passano i mesi e gli anni. Arriva, così, l’anno 1993 e mi ritrovo a passare, per l’ennesima volta, nelle vicinanze di uno degli stazzi che avevo già ispezionato. Sono in corso dei lavori, mi avvicino per capire: demoliscono un muretto a secco. Sono rimasti da demolire pochi metri del muro. Mi rattristo un po’ nel vedere che un altro segno del passato sarà cancellato: sta per scomparire quel muretto a secco, in parte ricoperto dal muschio, che probabilmente risale al periodo delle chiudende. Sto per andare via, vedo una pietra del muro che mi incuriosisce: è diversa dalle altre. E’ di forma regolare, rettangolare, mentre le altre sono di forma irregolare, come in tutti i muri a secco realizzati con il granito. Mi avvicino e vedo che, nella parte superiore del cantonetto, c'è incastrato un piccolo cuneo sempre di granito. Estraggo il cuneo e la pietra cade. Chiudeva una nicchia; all’interno un martello di legno e dei piccoli frammenti di orbace nero. Quello che ho cercato per dodici anni, finalmente, l’ho trovato. Lo prendo e scappo via. Sono emozionato, soddisfatto, felice. Solamente dopo otto o dieci minuti capisco cosa si è realizzato. Il sogno che inseguivo da tanti anni è diventato realtà. di Pier Giacomo Pala. |
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L'Espresso Blog - Agabbadora |
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Ianare, accabadore e dolce morte  Una donna adulta e rispettata dalla comunità, in Sardegna, che spesso faceva anche la levatrice, incaricata di porre fine alla vita di moribondi la cui agonia stava durando troppo. Compito che lei eseguiva con un rituale preciso: entrata nella camera dell’agonizzante, dopo aver chiesto di essere lasciata sola toglieva dai muri crocefissi e immagini sacre e poi con un cuscino, un piccolo martello o a mani nude, procedeva. Questa è l’”accabadora”, dallo spagnola acabàr che significa finire, portare a compimento, terminare. Una figura a metà tra la realtà e la leggenda intorno alla quale si è acceso negli ultimi tempi un grande interesse. Prima ancora del fortunato e bel romanzo di Michela Murgia “Accabadora” (Einaudi 2009), già nel 2005 Mauro Boselli aveva disegnato nel n.59 del mensile “Dampyr” (Sergio Bonelli Editore) il fumetto “Le terminatrici”, con nere accabadore dipinte come streghe vendicatrici che danno la morte.
Oggi a rilanciare il tema arrivano due novità. La prima è il film che Enrico Pau ha appena finito di scrivere e che dirigerà presto per la Kairos Film. L’accabadora stavolta si chiama Annetta, ma è una ragazza giovane che non riesce a sottrarsi al suo destino. Fuggita dal suo paese a Cagliari, sotto le bombe della seconda guerra mondiale, sarà costretta ancora a dare la dolce morte per salvare qualcuno che lei ama dal dolore fisico. «La nostra accabadora non è una vecchietta e starò lontano da ogni folclore», anticipa Pau. «Voglio fare un film molto fisico, potente, realistico e insieme visionario. Con qualcosa della favola nel suo senso atemporale ed eterno, come suggeriva Calvino».  La seconda novità è una specie di documentatissima Bibbia- con ricerche etimologiche, testimonianze letterarie, di giornali, riviste e siti web, più testimoninaze orali – ossia tutto il materiale sulla “femina agabbadòra” che è riuscito a mettere insieme negli anni Pier Giacomo Pala, direttore del Museo etnografico Galluras di Luras (Olbia Tempio). È un uomo molto fortunato, il signor Pala: perchè dopo più di 10 anni di ricerca sul campo ha ritrovato intatto un “mazzoccu”, ossia il martelletto di legno con cui l’accabadora assestava al moribondo il colpo finale. Racconta Pala nella premessa al suo volume che nell’81, nel cuore della Gallura, un amico gli riferisce che il nonno gli raccontava di «una donna, in quella zona, che usando un martello di legno aiutava gli agonizzanti a morire». Dopo anni di ricerche e interviste Pala arriva a un’altra scoperta: «Le donne che aiutavano a morire, sas feminas agabbadòras, erano anche quelle che aiutavano a vivere, cioè levatrici e ostetriche», spiega. Finché nel 1993, cercando proprio intorno a uno stazzo dove una di queste levatrici abitava, sotto un muretto a secco in demolizione, ben nascosto in una nicchia, Pala trova il preziosissimo martelletto, che oggi è esposto in bella mostra al museo Galluras.
Continua su L'Espresso: http://simonetti.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/05/10/ianare-accabadore-e-dolce-morte/ |
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Accabadora, l'ultimo colpo. Intervista al direttore del Museo Galluras. di Giorgio Pisano |
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acabbadora museo galluras
IL PERSONAGGIO Pier Giacomo Pala, 53 anni, una figlia, è direttore-proprietario del museo di Luras
L’INDAGINE Ha iniziato la ricerca sul campo nel 1981 dopo l’incontro con un vecchio di Cuglieri di Giorgio Pisano
Accabadora. L’ultima volta (ultima volta documentata) risale a sette anni fa, marzo 2003, in un paese vicino a Bosa. L’hanno chiamata i familiari di un malato di cancro ormai agli sgoccioli.
Com’era l’accabadora? «Una donnina minuta, viso ovale, mani bianchissime, vestita di nero salvo un fazzoletto marrone a coprirle la testa. Età? Fra gli ottanta e gli ottantacinque».
S’è trattenuta molto? «Il necessario. Prima ha verificato che la stanza dove doveva agire fosse stata ripulita da immagini sacre, poi ha proceduto».
Martello o cuscino? «Né l’uno né l’altro. Con la mano destra ha tappato la bocca del malato, con la sinistra il naso. E ha atteso. Neanche tanto poi, quel poveretto era proprio alla fine».
Ha ucciso. «L’accabadora non uccide, mette fine: che è un’altra cosa».
Qual è la differenza? «Si uccide per far male. L’accabadora, che personalmente non si propone ma arriva sempre e soltanto a richiesta, si limita ad accorciare un’agonia. Tutto qui. ».
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L'ultima 'acabbadora', la donna dal colpo mortale |
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Mentre il dibattito infiamma la società, soprattutto quella italiana, uno studioso ritiene che l'ultimo caso di quella sorta di eutanasia procurata dalla antichissima figura della 'acabbadora' risalirebbe al 2003.
A sostenerlo è Pier Giacomo Pala, direttore del Museo etnografico Galluras di Luras (Olbia-Tempio), dove è custodito l'unico esemplare ufficialmente riconosciuto di "maltheddu", il rudimentale utensile con il quale la "acabbadora" assestava un solo, letale colpo al malato terminale provocandone la morte. continua
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Il martello della Femina Agabbadora
"Sa femina agabbadòra" Arrivata nella casa dove la malattia stava irrimediabilmente consumando qualcuno, con un colpo preciso di martello al capo poneva fine a tutte le sofferenze. Chiamata dai familiari del moribondo, tollerata dalle istituzioni e dalla Chiesa, rimossa dalla coscienza e dalla tradizione gallurese.
Nel museo etnografico “Galluras” c’è l’ultimo malteddhu, così si chiama in lurese il martello della femina agabbadòra.
Lo custodisce gelosamente Pier Giacomo Pala, ideatore ed proprietario del museo: ha trovato il martello in uno stazzo. Un oggetto che certo non tranquillizza. Non è costruito a regola d’arte, più che altro è un ramo di olivastro lungo 42 centimetri e largo 24, con un manico che permette un’impugnatura sicura e precisa. Lo strumento che amministrava la morte negli stazzi. Suggestione orribile, eppure affascina la figura della donna che sino alla prima metà del Novecento ha aiutato i malati ad evitare una lunga agonia. «Nel museo " " abbiamo anche altri oggetti rituali che accompagnavano le ultime ore dei malati terminali. Come ad esempio su ghjualèddhu, un piccolo giogo in legno che veniva messo sotto il cuscino del moribondo». La riproduzione del giogo simboleggiava la fine della vita. Staccato dai buoi (la forza che trainava l’aratro e il carro), rappresentava il corpo dell’ammalato, privo di vigore e incapace ormai di assolvere al suo compito. Ma se su ghjualeddhu aveva un valore simbolico, il martello della femina agabbadòra è un oggetto funzionale e soprattutto, sino alla prima metà del Novecento, funzionante. L’argomento del martello è stato trattato più volte da antropologi e studiosi di tradizioni popolari. Uno dei primi a parlarne è Vittorio Angius nel 1832; Zenodoto cita Eschilo che parla delle usanze di una colonia cartaginese in Sardegna: usanze che prevedono il sacrificio degli anziani. Giovanni Lilliu parla della rupe babaieca a Gairo, dove venivano soppressi gli anziani e i malati. Il martello che in Gallura viene chiamato mazzolu ha un corrispondente nel Nuorese, dove viene indicato come mazzoccu, e in Campidano dove invece si usava il termine mazzocca. La pratica dell’eutanasia “rurale” è legata al rapporto che si aveva in Sardegna con la morte. Dell’argomento si è occupato Alessandro Bucarelli, cagliaritano, ordinario di medicina legale dell’Università di Sassari, aprendo ad Alghero, anni fa, un convegno di medicina necroscopica. «Sì "spiega il docente" in quell’occasione dovevo spiegare perché fosse stata scelta la Sardegna come sede del convegno. Nell’Isola storicamente c’è stato un rapporto tutto particolare dell’uomo con la morte. Un atteggiamento che può essere definito realistico. Non è mai esistito nella cultura della comunità sarda un terrore vero e proprio rispetto all’ultimo atto della vita di un uomo. Anzi si può parlare quasi di una gestione della morte. Il fenomeno della femina agabbadòra, o in logudorese acabbadòra, va inquadrato in questo modo: i familiari si adoperano per evitare che il malato soffra pene atroci e mettono fine alla sua esistenza. Fra l’altro sono venuto a conoscenza degli ultimi episodi in Sardegna di eutanasia, praticata con strumenti come il martello della femina agabbadòra. Uno nel 1952 a Orgosolo ed un altro, meno recente, che risale al 1929 proprio a Luras. I carabinieri, nel verbale riguardante quest’ultimo episodio, specificarono che i familiari avevano dato il loro consenso alla soppressione del malato». Andrea Busia (UNIONE SARDA) |
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