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ANTOLOGIA DELLA FEMINA AGABBADDORA
Tutto sulla Femina Agabbadòra
Testimonianze letterarie, orali, ricerche sul campo, riti, tesi di laurea, il martello, la chiesa.
Di Pier Giacomo Pala
Antologia della Femina Agabbadòra
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| Femina Agabbadora |
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Lo custodisce gelosamente Pier Giacomo Pala, ideatore ed proprietario del museo: ha trovato il martello in uno stazzo. Un oggetto che certo non tranquillizza. Non è costruito a regola d’arte, più che altro è un ramo di olivastro lungo 42 centimetri e largo 24, con un manico che permette un’impugnatura sicura e precisa. Lo strumento che amministrava la morte negli stazzi. Suggestione orribile, eppure affascina la figura della donna che sino alla prima metà del Novecento ha aiutato i malati ad evitare una lunga agonia. «Nel museo " " abbiamo anche altri oggetti rituali che accompagnavano le ultime ore dei malati terminali. Come ad esempio su ghjualèddhu, un piccolo giogo in legno che veniva messo sotto il cuscino del moribondo». La riproduzione del giogo simboleggiava la fine della vita. Staccato dai buoi (la forza che trainava l’aratro e il carro), rappresentava il corpo dell’ammalato, privo di vigore e incapace ormai di assolvere al suo compito. Ma se su ghjualeddhu aveva un valore simbolico, il martello della femina agabbadòra è un oggetto funzionale e soprattutto, sino alla prima metà del Novecento, funzionante. L’argomento del martello è stato trattato più volte da antropologi e studiosi di tradizioni popolari. Uno dei primi a parlarne è Vittorio Angius nel 1832; Zenodoto cita Eschilo che parla delle usanze di una colonia cartaginese in Sardegna: usanze che prevedono il sacrificio degli anziani. Giovanni Lilliu parla della rupe babaieca a Gairo, dove venivano soppressi gli anziani e i malati. Il martello che in Gallura viene chiamato mazzolu ha un corrispondente nel Nuorese, dove viene indicato come mazzoccu, e in Campidano dove invece si usava il termine mazzocca. La pratica dell’eutanasia “rurale” è legata al rapporto che si aveva in Sardegna con la morte. Dell’argomento si è occupato Alessandro Bucarelli, cagliaritano, ordinario di medicina legale dell’Università di Sassari, aprendo ad Alghero, anni fa, un convegno di medicina necroscopica. «Sì "spiega il docente" in quell’occasione dovevo spiegare perché fosse stata scelta la Sardegna come sede del convegno. Nell’Isola storicamente c’è stato un rapporto tutto particolare dell’uomo con la morte. Un atteggiamento che può essere definito realistico. Non è mai esistito nella cultura della comunità sarda un terrore vero e proprio rispetto all’ultimo atto della vita di un uomo. Anzi si può parlare quasi di una gestione della morte. Il fenomeno della femina agabbadòra, o in logudorese acabbadòra, va inquadrato in questo modo: i familiari si adoperano per evitare che il malato soffra pene atroci e mettono fine alla sua esistenza. Fra l’altro sono venuto a conoscenza degli ultimi episodi in Sardegna di eutanasia, praticata con strumenti come il martello della femina agabbadòra. Uno nel 1952 a Orgosolo ed un altro, meno recente, che risale al 1929 proprio a Luras. I carabinieri, nel verbale riguardante quest’ultimo episodio, specificarono che i familiari avevano dato il loro consenso alla soppressione del malato». Andrea Busia (UNIONE SARDA) |




