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Museo GALLURAS qc

Il Museo della Femina Agabbadòra

INTRODUZIONE

Una tipica casa della Gallura con facciata in granito a vista e solai in legno, perfettamente restaurata ospita il Museo Galluras.

Si tratta della ricostruzione fedelissima della caratteristica abitazione gallurese con gli ambienti dedicati alle attività tipiche e tradizionali e l’ambiente domestico: cantina, magazzino, cortile, sala da pranzo, cucina, camera da letto, lavorazione della lana, laboratorio del sughero.

Gli ambienti sono stati ricostruiti con una cura ed una attenzione ai particolari che li rende vivi, vissuti.
Fra le sue pareti sono custoditi oltre 7.000 reperti con datazione dalla fine del ‘400 alla prima metà del ‘900, tra cui il pezzo più pregiato, l’unico esemplare riconosciuto di martello della Femina Agabbadora.

LA CANTINA

La coltura della vite è, da sempre, una delle attività centrali di Luras. In questa sala si possono osservare nelle loro forme più arcaiche gli strumenti che venivano adoperati per i lavori nel vigneto e per la produzione del vino.

Nella parete a sinistra due irroratrici a zaino, una in rame e l’altra, molto più arcaica e rara, in legno. Vari modelli di soffietti a mantice e a pompa. In basso, la cassettina degli attrezzi per innesti e potature.
Cesti ad intreccio per contenere l’uva da tavola. Contenitori in sughero, di forma ovale e rettangolare, per trasportare a spalla, durante la vendemmia, l’uva dai filari alla casa della vigna. Il vitigno Nebbiolo, importato a metà ‘800 dal Piemonte, in Sardegna è coltivato esclusivamente a Luras.

Nella parete di fronte, bottiglie di vino Nebbiolo di produzione privata artigianale, tra le quali una, come riporta l’etichetta, del 1891. Al centro della parete, bottiglie di vino Nebbiolo prodotto dalle Cantine di Luras.
Si evidenzia, al centro, un bottiglia con la scritta Nebiolo (con una sola “b”). Sul pavimento, il contenitore in legno dove, a piedi scalzi, veniva pigiata l’uva. Al centro, un antico torchio per le vinacce risalente al 1.400; davanti a questo, una pompa a stantuffo, per travasare grandi quantità di vino, corredata di tappatrice.

Alla destra del torchio, l’alambicco a condensatore per la produzione della grappa, in Sardegna chiamata “filu ferru” (filo di ferro). L’origine del nome è storia antica in quanto, negli anni del Regno d’Italia (Legge Sella del 1874), secondo cui, per produrre distillati, era necessaria un’autorizzazione e soprattutto il pagamento delle tasse. Per tutta risposta, in Sardegna si distillò clandestinamente, per evitare la confisca le bottiglie gli alambicchi venivano nascosti sotto terra. Preventivamente al collo della bottiglia e all’alambicco si legava un filo di ferro sporgente pochi centimetri dal terreno per consentire di rintracciarne i punti dove erano stati nascosti e il successivo recupero.


A destra, la botte classica per la conservazione del vino, appoggiata su dei supporti in granito.
Al solaio è ancorato il filtro per la produzione del vino dolce, in particolare il moscato che a Luras si vinifica, ancora oggi, in modo molto denso, limpido ed estremamente dolce.